Un cambio di visione: dall’avversione per i grassi al regime low carb high fat

La specie umana si è selezionata con il passare degli anni tramite i meccanismi dell’adattamento e della sopravvivenza che ci hanno permesso di ottimizzare al massimo le calorie introdotte con la dieta, così da fronteggiare le ricorrenti guerre e carestie e la relativa scarsa disponibilità di cibo che hanno affrontato le generazioni che ci hanno preceduto. Purtroppo quegli stessi meccanismi metabolici di “risparmio energetico” che abbiamo sviluppato, insieme all’avvento dell’era tecnologica e il rapido evolversi dello stile di vita verso l’adozione di comportamenti e attività sedentarie e poco salutari, sono stati causa dell’aumento esponenziale del tasso di obesità globale e, con essa, tutta la serie di patologie cardiovascolari e cronico-degenerative che ne derivano.

Ma allora, come ci siamo mossi fino ad ora per fronteggiare questo radicale cambiamento dello stile di vita e alimentare?

Nel 1984, in risposta ad un studio che è stato fatto sul rapporto tra l’assunzione di colesterolo, colesterolo sierico e malattie cardiache, la famosa rivista americana, il Time (Figura 1) ha pubblicato sulla copertina la scioccante affermazione che l’ipotesi dieta-cuore era finalmente stata provata, suscitando un’enorme reazione e solidificando la base per la nascita delle idee negative contro colesterolo e grassi saturi, orientando così le linee guida dietetiche internazionali verso l’adozione di regimi alimentari ipolipidici (pensate alla grande disponibilità sugli scaffali dei nostri supermercati dei prodotti light) ma ricchi in carboidrati sia quantitativamente (pensate all’evoluzione delle porzioni delle food company verso l’over size degli snack e bevande dolci) che qualitativamente (sapete quanti cucchiaini di zucchero ci sono nelle bevande gassate, o nei succhi di frutta tanto consigliati ai bambini, nelle caramelle, e perfino nelle salse con cui si condiscono i cibi salati?..).

Abbiamo così imparato a “raffinare” i cereali derivanti dai prodotti naturali della terra, elaborare cibi processati esageratamente ricchi in zuccheri e scremare il latte, i formaggi, nonché a confezionare gli albumi delle uova in brick eliminandone i tuorli, ad aggregare le proteine del pollo e del tacchino sotto forma di “affettati” con additivi quali amidi e lattosio (utilizzati come addensanti), ma assolutamente magri, privi dei nostri presunti nemici, ovvero i grassi.

E’ questo il motivo per cui oggi risulta così complicato trasmettere messaggi che sembrerebbero orientarsi in maniera direzionalmente opposta a quelle che sono state le indicazioni dietetiche per anni (si pensi al Rapporto Mc Govern, [1]) e non solo, anche alla famosa piramide alimentare della dieta mediterranea, che racchiude in sé i principi di condotte alimentari sane e salutari probabilmente più adeguate alla generazione di chi ci ha preceduto, sia in termini di stili di vita (si era infatti un tempo molto più attivi) che di qualità di cibi disponibili (cultivar di cereali naturalmente integrali e ricchi di nutrienti che oggi non vengono più coltivate).

È qui che nel contesto più o meno odierno, si è aperto uno scenario ideologicamente “rivoluzionario”, del quale la Svezia è stata pioniera in Europa: nell’ottobre del 2013 infatti, il suo governo ha abbandonato le vecchie linee guida nutrizionali a favore di una dieta povera in carboidrati e ricca in grassi come trattamento per l’obesità e il diabete. Il paese ha così voltato le spalle ai vecchi dogmi nutrizionali in seguito alla revisione, da parte del Swedish Council on Health Technology Assessment, di oltre 16.000 studi realizzati fino a maggio 2013. Alcuni dei medici del comitato erano pubblicamente contrari ad una dieta povera di carboidrati, ma alla luce degli indiscutibili risultati empirici, hanno dovuto cambiare idea, specialmente per quanto riguarda le malattie cardiovascolari, poiché non è stata documentata nessuna correlazione certa tra una dieta ricca di grassi saturi e le malattie al cuore. Il paese europeo ha così abbracciato una nuova dottrina nutrizionale, la dieta LCHF: acronimo coniato dalla Svezia per Low Carb, High Fat che significa semplicemente “basso in carboidrati, alto in grassi”. La stessa rivista Time, a 30 anni di distanza, ha pubblicato nel giugno 2014 un numero in cui dichiarava la propria “inversione” di rotta a favore di opinioni totalmente opposte alle precedenti in merito al consumo alimentare di grassi (il titolo la dice tutta: “Eat Butter”), suscitando così una enorme reazione di sorpresa, forse anche maggiore rispetto alla precedente (Figura 2).

Figura 1 Copertina del Time pubblicato nel 1984. Basandosi su uno studio di Ancel Keys, si portavano alla luce le nuove considerazioni in merito
all’assunzione grassi saturi come causa di malattie cardiovascolari (Time, 26 marzo 1984).

Figura 2 Invertendo le opinioni negative di anni di stampa sui grassi saturi, Time Magazine ha finalmente ammesso la sconfitta su questo tema, invertendo la rotta e ammettendo che la guerra al grasso fosse sbagliata. Nell’articolo si espone perfino la “scienza spazzatura” a supporto di questa filosofia (Time, 23 giugno 2014).

 

Tornando alla dieta LCHF, questa prevede il consumo di molti grassi, quali burro, olio d’oliva, pancetta, panna, olio di cocco, avocado, frutta secca, ché non sono più considerati alimenti nocivi, secondo gli studi degli ultimi decenni. Pensate che in Norvegia nel 2011, alla vigilia delle feste natalizie, il burro è sparito dai banchi dei supermercati, al punto da creare veri canali di contrabbando, con la nascita di un mercato nero! Incredibile ma verro, il burro è diventato all’improvviso un caso di stato in Norvegia: l’esaurimento delle scorte nazionali del prodotto ha scatenato il panico nella popolazione e provocato l’intervento del governo, costretto ad abbassare i dazi per favorirne le importazioni! [2]

 

 

Nella lunga e controversa partita che si gioca sulla sana alimentazione, oggi i grassi sembrerebbero segnare un punto a proprio favore, a scapito dei carboidrati. Di recente è stato presentato al congresso europeo di cardiologia, a Barcellona, uno studio chiamato PURE [3] che punta il dito contro le attuali linee guida che, limitando l’apporto dei grassi totali sotto il 30% dell’energia e i grassi saturi a meno del 10%, non terrebbero conto delle evidenze emerse secondo cui una dieta ricca di glucidi sarebbe associata a un maggior rischio di mortalità, mentre i grassi, sia saturi che insaturi, sarebbero associati a un minor rischio di mortalità. I ricercatori hanno concluso lo studio affermando che “Limitare l’assunzione di grassi non migliora la salute delle persone, che invece potrebbero trarre benefici se venisse ridotto l’apporto dei carboidrati al di sotto del 60% dell’energia totale, e aumentando l’assunzione di grassi totali fino al 35%”; “Per decenni le linee guida nutrizionali hanno puntato l’attenzione sulla riduzione dei grassi totali e sugli acidi grassi saturi, partendo dal presupposto che sostituire questi ultimi con carboidrati e grassi insaturi avrebbe abbassato il colesterolo LDL, riducendo così il rischio di eventi cardiovascolari”.

In tal senso, abbiamo già l’esempio del governo svedese, pioniere di questa inversione di marcia, avendo adottato nell’ottobre del 2013 la dieta chetogenica come terapia d’elezione, prescrivibile dai medici di base, nel trattamento dell’obesità e del diabete di tipo 2.

Le crescenti evidenze spingeranno sempre più Paesi, organizzazioni sanitarie e società scientifiche ad abbracciare questo cambiamento verso un regime alimentare più fisiologico. È solo questione di tempo.

 

Dott.ssa Eleonora Di Pietro
Biologa Nutrizionista

  1. Jack A., Il cibo medicina, 29-31, Hermes Edizioni, 2005
  2. http://www.repubblica.it/esteri/2011/12/12/news/norvegia_panico_per_burro_che_scarseggia-26474933/
  3. Dehghan M. et al., Associations of fats and carbohydrate intake with cardiovascular disease and mortality in 18 countries from five continents (PURE): a prospective cohort study, 390:10107, p2050–2062, 2017
  4. Time, 26 marzo 1984.
  5. Time, 23 giugno 2014.

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